domenica 24 agosto 2008

Novissimi 2


Che cosa vuole essere un testamento spirituale?
E quali sono le ragioni che presiedono alla sua stesura?
E’ quello che mi sono chiesto leggendo un breve saggio di Pietro Scoppola intitolato: Un cattolico a modo suo, che nella prefazione viene presentato come “il testamento spirituale di uno storico che ha lasciato il segno nella cultura italiana e di un maestro che ha formato le coscienze di più di una generazione”.
Lo stesso Scoppola precisa che si tratta di una riflessione sul percorso spirituale lungo il quale ha camminato per tutta la vita.
Si preoccupa perciò di raccogliere ricordi, pensieri, emozioni per farne dono alle persone che gli sono care con la speranza di rendere più agevole il loro cammino.
C ’è in queste pagine tutta la trepidazione di chi non vuole cedere nulla alla morte incombente senza aver prima compiuto questo estremo gesto di donazione e di amicizia.
Riprendo la domanda che mi ero posto all’inizio: che cosa è dunque un testamento spirituale?
Ripensando anche ai testamenti spirituali che mi è capitato di leggere in questi ultimi tempi (quello dell’abbè Pierre, di David Maria Turoldo, del carissimo don Giorgio Basadonna nonché lo stupendo messaggio che l’indimenticabile amico Lillo Santucci ha lasciato per i figli registrandolo su nastro poco prima di morire), mi pare di poter cogliere con chiarezza i caratteri fondamentali di ogni vero testamento spirituale.
L’idea nasce normalmente all’interno di una condizione di precarietà, quando il venir meno delle risorse vitali porta a interrogarsi sulla presenza di certi valori che possano in qualche modo restituire senso e consistenza alla propria umana avventura.
E quando si scopre che l’amicizia è l’espressione più alta e più luminosa del vivere,
si sente il bisogno di intrecciare un dialogo con le persone amiche per comunicare loro il frutto della propria esplorazione interiore.
Fatte queste premesse, mi domando se non sia il caso che anch’io provveda a lasciare un sia pur piccolo testamento spirituale.
L’unico dato certo è che, se mai volessi accogliere questa suggestione, dovrei realizzarla senza alcun indugio. I tempi sono stretti e non mi è concesso di aspettare…
Ma al di là di questo dato, le perplessità sono tante.
A chi potrei rivolgermi e che cosa potrei dire di particolarmente significativo tanto da affidare le mie riflessioni alla forma singolare e definitiva di un testamento spirituale?
Di amici me ne sono rimasti molti i quali, dopo avermi ascoltato per molti anni attraverso i vari momenti della predicazione, potrebbero aspettarsi da me una parola ultima di incoraggiamento a sperare.
Ma che cosa posso dire quando io stesso ho bisogno di questa parola perché la fede sento di doverla riconquistare continuamente passando attraverso dubbi e smarrimenti, tanto da condividere pienamente l’espressione di don Michele Do il quale parlava di “irrinunciabili dubitose certezze”?
Se mi si chiedesse una professione di fede in vista del mio testamento spirituale, potrei utilizzare le brevi annotazioni raccolte nel mio Abito rosso e introdotte dall’espressione dialettale Semm chi che rappresenta il mio motto personale.
Oppure potrei ripetere quella piccola professione di fede che ho fatto quando il carissimo amico Lillo Santucci, poco prima di morire , mi pregò dicendomi: “Parlami della tua fede”.
Allora ho preso a dire, forse balbettando: “La mia fede? E’ ben povera cosa la mia fede.
E’ una fede semplice, povera, elementare.
Quello che posso dire è che non potrei mai vivere senza sentirmi legato a Gesù Cristo.
Credo in tutto quello che ha detto, trovo stupendo tutto quello che ha fatto ed è per me motivo di profonda pace quello che ci ha promesso.
Credo che le sue parole sulla croce: “Nelle tue mani consegno la mia vita” siano le parole più belle che uno possa ritrovarsi sulle labbra”.
A questo punto potrei anche suggerire una preghiera che mi è molto cara in questo tempo di transizione che sto vivendo.
Non è mia, ma l’ho trovata nel Mestiere di vivere di Cesare Pavese e da allora (sono passati oramai diversi decenni) non l’ho più dimenticata.
E’ brevissima, formata soltanto da quattro parole: “O Tu, abbi pietà”.
Ma c’è quel Tu (con la maiuscola) che riempie della sua presenza ogni spazio della nostra attesa e della nostra speranza.

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