giovedì 13 dicembre 2007

I veri miracoli


Una mia visita - mi era stato detto – sarebbe stata molto gradita.
Per questo mi sono affrettato verso la casa di A. R. C., una signora che ha maturato già una bella età (credo abbia superato i 90 anni) e che ora si trova ad affrontare i postumi di un'operazione per la frattura di un femore.
In seguito a questo infortunio è rimasta molto debilitata tanto che difficilmente lascia la camera da letto.
“Non collabora, non vuole proprio collaborare”, mi dicono le due figlie che l’assistono con un‘attenzione dolce e premurosa e me lo ripetono, con voce più sostenuta, mentre ci avviciniamo alla camera della madre.
Ma il rimprovero questa volta non arriva a destinazione perché la mamma è ancora assopita, in uno stato di dormiveglia da cui si ridesta solo dopo che le viene annunciata la mia visita.
La ritrovo con il pallore abituale del suo volto, ma, non appena mi ha riconosciuto, basta poco a restituirle uno sguardo che si illumina di un lieve sorriso, mentre la voce, per quanto flebile, riprende la dolcezza e la fluidità di un tempo.
Da quel letto, diventato una sorta di cattedra domestica, mi dispensa intuizioni e riflessioni attinte ad una superiore saggezza e filtrate attraverso lunghe ore di silenzio.
Ancora una volta ho l’impressione di non essere io a portare una nota di conforto, ma che sia lei a offrirmi motivi di grande speranza.
Il punto di maggiore intensità emotiva mi vien fatto di registrarlo quando, con grande naturalezza, fa scivolare nel suo discorso queste parole meravigliose: “I veri miracoli sono gli incontri con gli amici”.
Mi domando: si potrebbe celebrare l’amicizia in una forma più semplice e più toccante?
Nella verità di queste parole a me pare di cogliere echi e vibrazioni di un mondo affettivo che un Dio innamorato ha consegnato alle pagine dei vangeli e che autori come padre David Maria Turoldo e don Michele Do (cito tra i tanti questi cultori dell’amicizia perché sono gli ultimi che io ho potuto conoscere personalmente) ci hanno permesso di rivisitare con un cuore colmo di stupore.
Sono parole che mi suggeriscono anche il profumo del Natale, se è vero che attendiamo il miracolo di un Dio il quale viene tra noi a portare la gioia di sentirci amati.
Questo sentore di poesia natalizia lo ritrovo anche in un racconto che la stessa signora mi aveva fatto pochi mesi fa.
”Non ero ancora nata – mi diceva – quando il mio fratellino più piccolo, con la sua candida fede nei prodigi della Notte Santa, chiese per quell’anno alla mamma il dono di una sorellina. e la mamma, che sapeva di essere da poco incinta, si fece garante che il desiderio sarebbe stato esaudito, se solo fosse stato capace di aspettare oltre il Natale.
Fu così che, essendo io nata il 24 giugno, giorno della festa di S. Giovanni Battista, quel mio fratellino, che proprio in quel giorno festeggiava il suo onomastico, prese a volermi un bene immenso vedendo in me, finché visse, un segno della benevolenza divina”.
Nessun commento a questo stupendo racconto.
Mi permetto solo di ricordare il lieve fremito di commozione con cui mi veniva trasmesso.
E mi auguro che la stessa commozione arrivi al cuore di tutti.
E sia quel cuore di fanciullo che il Natale ci fa riscoprire: un cuore intuitivo aperto alla dimensione dell’invisibile e alla presenza nascosta dell’Amico.

martedì 4 dicembre 2007

Io e lui.

Io e lui.
Io sono io. E lui , chi è mai?
Nessun rapporto con il lui che Moravia ha posto al centro di uno dei suoi ultimi romanzi.
Neppure la più lontana parentela.
E’ un lui che da qualche anno mi sta accanto assiduamente, ma anche molto discretamente, tanto che non sono ancora riuscito a visualizzare i tratti del suo volto, anche se mi capita di immaginarlo come un distinto signore, capace di dissimulare molto bene i suoi pensieri.
Qualcuno mi potrebbe chiedere: “Ma ti sarai fatto almeno un’idea della sua indole e delle sue intenzioni”.
Senza dubbio. La mia ormai lunga frequentazione mi permette perfino di definire certi suoi stati d’animo e di parlare di certe sue piccole manie. Diciamo pure: degli hobby di cui si compiace.
Se uno mi chiede: “Come stai?”, rispondo citando alcuni versi di Ungaretti, gli stessi di cui si è servito recentemente Enzo Biagi (in questo mi ha copiato!) .
Direi: “Si sta / come d’autunno / sugli alberi / le foglie”.
Ma se uno mi chiedesse: “Come sta?”, allora la mia risposta è più immediata e meno allusiva.
Mi capita di rispondere: “Sta bene (lui). Lo trovo in piena forma. Da quando lo conosco non ha mai avuto un momento di crisi”.
E prolungando il discorso avrei voglia di offrire altre informazioni su questo strano personaggio.
A volte, dietro le sembianze di perfetto gentleman inglese, si nasconde un tipo piuttosto dispettoso e burlone.
“Come a dire?”
Succede infatti che, mentre sto parlando, lui si diverte a distrarmi, a scompigliare i miei pensieri, a incepparmi le parole.
E quando sto camminando tranquillamente, senza sospettare alcun inconveniente, tenta perfino, con qualche sgambetto improvviso, di farmi ruzzolare per terra.
Su queste mie avventure-disavventure mi sono permesso una confidenza anche a Bose, la domenica di ottobre in cui io e don Angelo Casati fummo accolti con grande simpatia dalla comunità e da una folla di amici.
Quando toccò a me prendere la parola, portato dall’onda dei ricordi (voleva essere una chiacchierata a ruota libera) mi rivolsi a don Angelo con queste parole:
"Quanti ricordi, don Angelo, legati a quegli anni della nostra giovinezza vissuti a volte anche pericolosamente, con una punta di follia, come quando guidavi il tuo Guzzino sollevando tutte e due le mani dal manubrio e io dietro, sul sellino posteriore, supplicavo: Guarda che sono in peccato mortale!”.
La stessa invocazione, con le stesse parole, la rivolgo ora a un certo signore (mi pare, ma non so bene, che si chiami Parkinson) che mi sta guidando lungo tornanti in discesa (e io odio la legge di gravità) e che mi fa temere quello che un proverbio famoso ci raccomanda di evitare:
Bacco tabacco e femore, riducono l’uomo in cenere.
Certo qualche precauzione me la prendo contro le iniziative troppo dispettose del mio inseparabile compagno di viaggio.
Per certi percorsi ho adottato il bastone da passeggio che amo chiamare “il mio badante muto”.
A questo proposito mi ha rallegrato sapere che il piccolo Matteo, il nipotino che a me è particolarmente caro per la sua germinale fede interista, in questi giorni si è rifiutato di disegnare un pastore per il presepio perché – ha detto – “manca lo zio con il suo bastone”.
Mi chiedo dove mai mi potrà condurre questa avventura a due, segnata da un indissolubile vincolo di fedeltà.Forse con la sorte prefigurata nel proverbio citato, ma in questo caso mi auguro di avere la prontezza di ricordare le parole che in una favola famosa avrebbe pronunciato una tartaruga, dopo che si è vista rovesciata in un fosso (le riporto nella versione dialettale dell’amico Luigi Santucci):
" Stanott, voltada inscì, hoo faa ‘na scoperta:
mai hoo vist on spettacol insscì bell.
Adess, che ghe sia el ciel son propri certa:
finalment, finalment che vedi i stell…”.